Con fede, coraggio e buon senso: così i cristiani fronteggiano la “spada di Cesare”.

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“Sotto la spada di Cesare” (Under Caesar’s Sword) è un interessante progetto dell’Università di Notre Dame, negli Stati Uniti,  che si propone di indagare la persecuzione dei cristiani nel mondo,  utilizzando però un punto di vista diverso e “originale”.

Non più, cioè, a partire da quanto i persecutori fanno contro i cristiani; bensì descrivendo come i cristiani reagiscono alle persecuzioni stesse. Quali strategie mettono in atto per testimoniare la propria fede sopravvivendo alle politiche e alle minacce di governi spesso brutali e ideologici.

La ricerca condotta dall’Università di Notre Dame, ha visto impegnati tra 2014 e 2015 ben 70 ricercatori provenienti da tutto il mondo, che hanno analizzato un campione di 25 paesi in cui la persecuzione è un dato di fatto, per osservare le strategie di risposta delle minoranze cristiane coinvolte.

I risultati  sono stati pubblicati nel 2017 in un interessante rapporto, (“In response to persecution”, http://ucs.nd.edu/report/ ), e mettono in luce tre “atteggiamenti” principali delle comunità che si trovano a vivere “sotto la spada di Cesare”.

Il primo, più diffuso (43%), è quello della sopravvivenza. E’ un dato che non deve stupire. Nulla di più normale che nella tempesta della persecuzione i cristiani cerchino anzitutto di “salvare il salvabile”, di proteggere la propria vita e la vita dei propri cari. Anzi, in alcuni casi un tale atteggiamento di “resistenza passiva” in attesa che l’ondata persecutoria finisca può essere la scelta più eroica. Il rapporto menziona i cristiani di Siria e Iraq che, al posto di fuggire dai loro paesi, hanno scelto di restare in quei territori. Si tratta qui di cristiani silenziosi, non supini – e la differenza non è di poco conto – di fronte all’arrogante potente di turno. E’ l’atteggiamento ben descritto da Gregorio Magno, quando afferma che vi sono martiri “anche senza che la spada li trafigga, purché sinceramente decisi a conservare la pazienza nel cuore”.

Il secondo (38%) è l’atteggiamento del “fronte comune”. Questa è un’opzione maggiormente “proattiva”. I cristiani decidono di spezzare l’isolamento in cui il regime politico vorrebbe confinarli: iniziano quindi a fare rete con altre confessioni cristiane o costruiscono alleanze e legami con segmenti politici più sensibili al tema religioso. In paesi a maggioranza islamica, come ad esempio in Indonesia, intessono relazioni di buon vicinato con i settori più moderati dell’Islam. Oppure, danno vita ad iniziative di carità e di assistenza che – riscuotendo apprezzamento da parte di tutti e soprattutto assolvendo ad un bisogno della popolazione – forniscono anche “il titolo” a una maggiore libertà religiosa.

Il terzo atteggiamento (che riguarda il 19% dei cristiani perseguitati) è quello del confronto diretto con l’autorità politica. Esso è il più rischioso, avendo come dirette conseguenze l’imprigionamento o il martirio (o entrambi). In questo terzo gruppo non rientrano “solo” i singoli cristiani uccisi in odio alla fede, ma quelle comunità cristiane che scelgono proprio come strategia (non semplicemente come eventuale conseguenza) la testimonianza diretta “fino all’effusione del sangue”.

Per riprendere le parole del rapporto, questo terzo atteggiamento riguarda quei Cristiani che “apertamente professano la loro fede o rivendicano la propria libertà di coscienza con piena accettazione e nella piena consapevolezza delle conseguenze”. E’ il caso dei nostri fratelli cristiani in Cina o in Pakistan.

Il rapporto mette in luce, inoltre, come questi tre “atteggiamenti” non si escludano a vicenda, e possano convivere anche all’interno di uno stesso paese o di una stessa comunità cristiana.

Uno studio serio e appassionato come quello condotto dal gruppo di lavoro dell’Università di Notre Dame ci offre un validissimo aiuto a non dimenticarli.

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