Somalia: dove la tremenda condizione dei cristiani è sconosciuta

Somalia. Qui vivono poche migliaia di cristiani soltanto. Durante il regime di Siad Barre erano tollerati e liberi. Dalla sua caduta, nel 1991, l’ostilità nei loro confronti non ha fatto che aumentare e ormai sono perseguitati al punto di doversi nascondere e praticare la fede in segreto, minacciati dai jihadisti di al Shabaab e dalle componenti integraliste della popolazione. La Somalia è considerata il terzo paese più pericoloso per i cristiani, preceduta solo dalla Corea del Nord e dall’Afganistan.

Recentemente la penetrazione dell’Isis nel paese ha aggiunto un ulteriore motivo di preoccupazione. Monsignor Giorgio Bertin, vescovo di Gibuti e amministratore apostolico della capitale Mogadiscio, ha spiegato all’agenzia Fides che le nuove cellule jihadiste sono composte da militanti di al Shabaab secessionisti e da miliziani stranieri provenienti dal Medio Oriente in seguito alla sconfitta dell’Isis in Siria e in Iraq.

A Mogadiscio vive una piccola comunità di cristiani autoctoni, una trentina di persone tutte anziane. Padre Stefano Tollu, cappellano militare del contingente italiano dell’Eutm Somalia, la missione di formazione e addestramento militare finanziata dall’UE, li ha incontrati da poco in segreto. Per loro come per gli altri cristiani del paese – ha raccontato a Fides– il pericolo proviene non solo dai militanti islamisti, ma dai loro stessi famigliari. Protetto dall’anonimato, un cristiano ha spiegato a padre Tollu che i somali nati a partire dagli anni ’90 del secolo scorso sono intolleranti e non capiscono i famigliari anziani che professano il cristianesimo: “La violenza è nelle case e noi, che siamo rimasti in pochi, rischiamo la vita ogni giorno” ha detto mostrando un elenco di cristiani morti di recente, alcuni per cause naturali, altri invece per cause violente, “alcuni uccisi dai figli dei loro figli”.

Padre Tollu non ha potuto far altro che promettere di ricordarli nella Messapoiché – ha detto all’agenzia Fides – “al momento non esistono le condizioni di sicurezza perché un sacerdote possa svolgere serenamente il suo servizio pastorale a Mogadiscio. Mi auguro che in futuro, una volta liberato il paese dalle infiltrazioni terroristiche, si possano ricreare le condizioni minime per la presenza cristiana nella città e che da lì possano scaturire corrette e benevole relazioni con i fratelli di fede musulmana”.

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