I cristiani in Libano: collaborazione oltre le differenze religiose

“Crediamo nella necessità di buone relazioni con i nostri partner cristiani nel Paese. Il loro ruolo – anche politico – è fondamentale”. Così l’ex responsabile degli affari esteri del partito sciita Hezbollah, Nawaf al-Mousawi, parla del rapporto con i cristiani in Libano, fornendo un esempio concreto di convivenza e collaborazione, che va oltre le differenze religiose. 

 

Intervista con Nawaf al-Mousawi di Davide Malacaria e Lorenzo Biondi

da: 30giorni

Nawaf al-Mousawi è stato responsabile per gli affari esteri di Hezbollah. Ci riceve nel suo studio presso il Parlamento libanese, dove siede in qualità di deputato.

Nawaf al-Mousawi [© Lorenzo Biondi]
Come nasce Hezbollah? 

 

Nawaf Al-Mousawi: Nel 1982, come resistenza contro l’occupazione israeliana. Tutti i popoli che hanno subito un’occupazione hanno opposto resistenza: è un fatto legale. Allo stesso tempo siamo un partito politico libanese che ha fatto una scelta irreversibile per uno Stato pluralista. Per due ragioni. La prima è perché vogliamo che il nostro Paese sia un esempio di coabitazione tra popoli e religioni: se Dio avesse voluto, avrebbe dato a tutti la stessa fede. Ha deciso per il pluralismo. La verità sarà affermata al tempo della Risurrezione e del Giudizio. La seconda ragione è che rifiutiamo il regime razziale: governi separati per ogni popolo e religione. Respingiamo il sionismo come movimento razzista, secondo la risoluzione Onu 3379.

Come nasce la vostra alleanza con il partito del generale Aoun?
Al-Mousawi: Un primo dialogo è iniziato nel 1989, quando fu imposto l’embargo ai quartieri cristiani controllati dal generale Aoun. Noi rifiutammo e lasciammo passare viveri e combustibile dalle nostre zone, favorendo la fine del blocco. Crediamo nella necessità di buone relazioni con i nostri partner cristiani nel Paese. Il loro ruolo – anche politico – è fondamentale, ma la politica degli americani li sacrifica ai propri interessi petroliferi e a quelli di Israele. Il sangue cristiano sparso nel Medio Oriente è loro responsabilità: in Iraq, in Palestina e, in parte, in Libano. In Iraq gli sciiti aspirano a vivere in pace con i cristiani, la Siria è il primo rifugio per i profughi cristiani iracheni… Facciamo appello all’Europa per salvare i cristiani dai pericoli causati loro dalla politica americana.
Durante l’ultima guerra la comunità cristiana ha aiutato i musulmani. Quanto ne sono stati influenzati i rapporti tra le due comunità?
Al-Mousawi: Moltissimo, la nostra riconoscenza durerà nei secoli dei secoli. Un esempio: molte famiglie sciite hanno trovato rifugio a Jazine, città cristiana. Quando ringraziammo per l’aiuto, la gente del posto rispose: «Vi abbiamo solo restituito il favore che nel XIX secolo ricevemmo dai vostri antenati nel momento del bisogno…». Due secoli dopo la memoria era rimasta… Confido che gli sciiti conserveranno questo ricordo per ben più di due secoli. Sayyid Hassan Nasrallah è un uomo religioso. Ogni giorno nelle sue preghiere ricorda il generale Aoun, Sleiman Franjieh e Émile Lahoud, tre leader cristiani. Nasrallah dice sempre che il giorno del Giudizio pregherà il Signore per loro. Sembra un miracolo, ma in Libano è normale pregare per uomini di fede diversa.
L’alleanza con un partito cristiano ha influenzato i vostri rapporti con i cristiani libanesi?
Al-Mousawi: La cristianità dovrà ringraziare il generale Aoun per secoli, per il credito che ha acquistato ai cristiani aiutando i musulmani nell’ultima guerra. Al contrario il movimento cristiano delle Forze libanesi, fin dagli anni Ottanta, è stato dalla parte di Israele: una posizione che ha deformato l’immagine di tutta la cristianità in Medio Oriente. Nel 1997 Giovanni Paolo II ha chiesto ai cristiani di essere parte integrante del mondo arabo: non c’è integrazione più bella che la solidarietà nel momento del pericolo.
In un quadro di distensione del Medio Oriente Hezbollah può rinunciare alle armi?
Al-Mousawi: La tensione in Medio Oriente è frutto dell’aggressione israeliana. Se avrà termine non ci sarà più motivo di portare armi. La resistenza è una reazione contro l’occupazione dei territori libanesi, del Golan e della Palestina. La Palestina deve essere uno Stato democratico e pluralista, nel territorio della Palestina storica.

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