Ernest Simoni, il prete sopravvissuto al regime di Enver Hoxha

Riprendiamo un bell’articolo dal noto blog “gli occhi della guerra” collegato al “ilgiornale.it” a firma di Laura Cianciarelli, presente all’incontro organizzato da Città Cristiana il 26 gennaio scorso

 

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Di ritorno da New York, in partenza per Hosaka. Una vita che ha trovato nuova energia, quella di Ernest Simoni, sacerdote albanese, creato cardinale da papa Francesco nel 2016. “Non ho tempo per riposarmi” – dice – “ho 90 anni!”.

La sua storia è ormai famosa: si tratta dell’uomo che ha fatto commuovere pubblicamente il Pontefice, in viaggio a Tirana nel 2014, con il racconto dei suoi 27 anni di prigionia e lavori forzati. “Che vergogna!” – commenta il cardinale durante il nostro incontro, ricordando l’episodio – “il Santo Padre voleva baciarmi le mani, ma io le ritiravo”.

Simoni è l’unico sacerdote ancora vivente a poter testimoniare le persecuzioni del regime comunista di Enver Hoxha (1908 – 1985). Sfuggito a due condanne a morte, costretto ai lavori forzati e perseguitato, è un uomo la cui fede è diventata un presidio di libertà.

“Se me lo avessero raccontato non ci avrei creduto”

Oggi, finalmente libero, viaggia per il mondo per far conoscere la sua storia, e attraverso di essa, per evitare che la memoria dimentichi troppo facilmente il lungo inverno religioso subito dall’Albania sotto il regime di Hoxha, in cui si è cercato di sradicare qualsiasi retaggio confessionale nel popolo albanese.

“Io stesso, se me lo avessero raccontato, non ci avrei creduto”: così ci risponde Simoni quando gli chiediamo quanto abbia sofferto durante la lunga detenzione. Difficile fargli dire di più su quegli anni, ancora impressi fin nei dettagli nella sua memoria. Il cardinale ha sinceramente perdonato i suoi aguzzini – l’uomo che lo ha torturato stringendogli i polsi fino allo svenimento è morto solo poco tempo fa -, prega per le loro anime e non sa darsi altre spiegazioni alla forza che lo ha sostenuto se non “l’amore infinito di Dio”.

Chi è Ernest Simoni

Nel 1967, il leader albanese Enver Hoxha proclama l’Albania il primo Stato ateo al mondo per Costituzione. “Lo Stato” – recitava l’articolo 37 – “non riconosce alcuna religione ed appoggia e svolge la propaganda atea al fine di radicare negli uomini la concezione materialistica scientifica del mondo”.

Simoni è testimone di tutto ciò. Nato a Troshan, nel 1928, da famiglia cattolica, sente precocemente la vocazione ed entra a soli dieci anni in un seminario francescano. Ventenne, nel 1948, i soldati albanesi lo costringono ad abbandonare il collegio ecclesiastico, in linea con la politica adottata da Hoxha, che impone la chiusura di tutti i luoghi di culto, dando inizio ad una minuziosa persecuzione religiosa.

In quei primi anni di regime, Simoni sfugge alla prima ondata repressiva di Hoxha grazie all’aiuto di un amico, che riesce a fargli avere l’incarico di maestro in un paese sperduto dell’Albania. Qui, il futuro cardinale insegna religione ai bambini, in una relativa tranquillità.

Tra il 1953 e il 1955 viene costretto a svolgere il servizio militare. Questa decisione, in aperto contrasto con le norme del Partito comunista albanese – Simoni è già seminarista – ha, probabilmente, il solo obiettivo di “rieducarlo”: “Volevano cambiarmi” – dice Simoni – “perché avevano paura dell’influenza della Chiesa”.

Scopre di avere una mira perfetta, e diventa un tiratore scelto dell’esercito. Vince per ben due volte il primo premio su 20mila concorrenti, dimostrandosi indispensabile al proprio comandante. Ironia della sorte, il successo del giovane soldato procura al suo superiore visibilità e premi dal regime.

Condannato a morte

Terminata la leva obbligatoria, il 7 aprile 1956, Simoni è ordinato sacerdote. Di lì a poco, comincia il suo calvario. La notte di Natale del 1963, le autorità albanesi lo arrestano.

“I miei capi d’accusa sono stati tre” – racconta il cardinale – “incitare il popolo ad amare Dio, aver celebrato tre Messe in suffragio dell’anima di John Kennedy, secondo le indicazioni date da Paolo VI a tutti i sacerdoti cattolici, e aver curato l’anima e il corpo delle persone attraverso gli esorcismi” (Ndr).

Tutti pretesti: la vera motivazione è che, nonostante gli sforzi del regime comunista, i giovani continuano a rimanere legati alla loro fede, a vivere da cristiani.

Con l’arresto arriva la prima sentenza capitale: viene condannato a morte per impiccagione, con l’accusa di aver “ingannato tutto il popolo, tutti i giovani che hanno frequentato e si sono avvicinati alla Chiesa”. In altre parole, per essere un prete cattolico.

In carcere viene torturato affinché rinneghi la sua fede. Poi tentano di incastrarlo. Il suo compagno di cella, “un amico intimo, che aveva mangiato tantissime volte con me in parrocchia” – racconta Simoni – lo provoca e lo spinge a criticare il regime. Lui sa che a Simoni è stata messa addosso una microspia. Ignaro del pericolo, dalla bocca del sacerdote escono però solo parole di riconciliazione e di perdono.

“Alle provocazioni rispondevo dicendo: ‘prego Dio che li aiuti a fare il bene della nazione’. Non sapevo nulla della microspia” – racconta, ancora stupito, Simoni – “all’epoca non avevamo nemmeno l’elettricità, figuriamoci se potevo immaginarmi una cosa simile”.

Ed è a questo punto che avviene l’impensabile: la microspia è collegata direttamente all’ufficio di Hoxha. Persino il presidente deve ricredersi. Dopo soli dieci giorni, Hoxha commuta la pena capitale in 25 anni di prigionia e di lavori forzati. Il cardinale non è “un nemico del popolo, ma è stato mal educato dalla Chiesa”.

Tra lavori forzati e lusinghe

Non c’è altro da fare, quindi, se non “ricrearlo” a immagine del regime. Dopo un periodo di lavori forzati come muratore, viene mandato in miniera, a estrarre pirite. Lavora in condizioni limite, 300-500 metri sottoterra, sottoponendosi ogni giorno a un’escursione termica di 60 gradi.

Gli incidenti nella cava sono all’ordine del giorno. “Un giorno” – ci racconta – “è franata una parte della miniera, sono cadute delle pietre e hanno travolto il mio compagno di lavoro. È morto proprio vicino a me”.

Simoni, però, non cede. Le autorità albanesi adottano allora una nuova strategia: il cardinale viene blandito con la promessa di una brillante carriera e di un matrimonio con una delle donne più belle dell’Albania. Anche di fronte alle lusinghe – ci racconta – la risposta è sempre la stessa: “Il mio matrimonio è già stato celebrato ed è con la Chiesa”.

La seconda condanna a morte

Il 1973 è l’anno della seconda condanna a morte. Il futuro cardinale viene accusato di aver istigato una sommossa in carcere. Anche in questo caso, l’uomo viene salvato miracolosamente, grazie alla diffusione di un video della sorveglianza che testimonia, in maniera inconfutabile, la sua innocenza. I suoi compagni di prigionia giurano per lui. Si presentano dal capo e gli dicono che Simoni non c’entra nulla, salvandolo da morte certa.

Nel 1981 viene scarcerato, ma il calvario non finisce. Considerato un “nemico giurato e non pentito”, è condannato nuovamente ai lavori forzati, questa volta nelle fogne di Scutari. Ma nel 1992 il regime comunista albanese cade, e Simoni può riacquistare la libertà.

“Ad ogni modo” racconta il Cardinale ricordando quegli anni “ho sempre fatto il prete, anche nelle condizioni più disperate. Ho confessato, addirittura celebrato la Messa ogni giorno, con il succo ottenuto dagli acini d’uva che mi regalava un professore musulmano, di cui ero diventato amico in carcere, e cuocendo su un fornellino mollica di pane per farne una piccola ostia. Per celebrare usavo il latino: i carcerieri non capivano, mi credevano un pazzo che parlava da solo. Così sono andato avanti nella mia missione”.

La testimonianza di Simoni serve a non spegnere i riflettori su quanto ancora oggi avviene nel mondo. Secondo i dati pubblicati nel XIV Rapporto sulla libertà religiosa, presentato il 22 novembre 2018, nel mondo quasi 300 milioni di cristiani vivono in Paesi ostili al cristianesimo, costituendo quindi la comunità di fede più soggetta a violazioni di diritti umani, prevaricazioni e violenze.

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