Caritas Libano: come i palestinesi, profughi siriani dimenticati dalla comunità internazionale

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Beirut (AsiaNews) – Il “rischio” è che i profughi siriani “diventino come i palestinesi, abbandonati da decenni” in territorio libanese. Questa “è la grande paura” della maggioranza dei cittadini del Paese dei cedri, che “sono vicini a quanti hanno bisogno” ma, al tempo stesso, “non possono risolvere i problemi e vivono grandi sofferenze”. È quanto racconta ad AsiaNews p. Paul Karam, presidente di Caritas Libano, da oltre sette anni in prima fila nell’accoglienza di famiglie siriane che fuggono dalla guerra. Già in passato il sacerdote ha lanciato a più riprese il pericolo di una gravissima crisi economica, politica e sociale per il Paese.

Le parole del responsabile della Caritas seguono l’allarme lanciato in queste ore dal patriarca maronita, il card Beshara Raï, che raccogliendo il monito del presidente Michel Aoun ha definito i rifugiati siriani “un pericolo totale” per il Libano. “Non possiamo aspettare – ha sottolineato il presule – una soluzione politica in Siria per lanciare questo processo, come vorrebbero i responsabili politici essi stessi coinvolti nelle distruzioni causate dalla guerra in Siria”.

Per il patriarca maronita e per il presidente libanese non è possibile legare la questione del rientro dei rifugiati ad una soluzione politica della crisi siriana, nazione in cui persistono focolai di guerra e che è ancora lontana da una ripresa del cammino politico e istituzionale. L’emergenza profughi (quasi due milioni nel pieno della crisi, a fronte di una popolazione di 4,4) rischia di far collassare il sistema sociale ed economico del Libano, gravando in modo insostenibile sulle infrastrutture.

Inoltre, analisti ed esperti paventano il rischio di un aumento della radicalizzazione fra quanti vengono ospitati nei centri di accoglienza in condizioni di assoluta precarietà. Fonti della Banca mondiale affermano che la crisi siriana avrebbe spinto almeno 200mila libanesi oltre la soglia della povertà, andando ad aggiungersi al milione già presente.

“Il problema – spiega p. Paul Karam – è che il Libano è un Paese piccolo e non vi è lo spazio sufficiente per accogliere un numero di profughi che rappresenta circa un terzo del totale degli abitanti. La situazione è molto precaria, non si può sostenere a lungo questa crisi economica e sociale senza che vi sia un tracollo”.

Questa emergenza, aggiunge il presidente Caritas Libano, tocca “l’aspetto economico, quello infrastrutturale” di una nazione che “non può più reggere un peso così grande”. Vi è poi il problema dell’educazione: “Noi – racconta il sacerdote – abbiamo messo in campo diverse iniziative per la scolarizzazione dei bambini dei campi profughi, ma le strutture non riescono più a reggere”.

Dall’inizio della crisi, aggiunge, “poco è cambiato. Hanno detto che qualcuno è rientrato in Siria, ma sappiamo che poi fugge di nuovo e oltrepassa la frontiera, per tornare in Libano”. Il problema politico, avverte, “deve essere separato dalla guerra, altrimenti si rischia di fare la stessa fine dei rifugiati palestinesi da oltre 60 anni” nel Paese dei cedri. “La popolazione libanese è molto generosa e lo ha dimostrato nel servizio dato ai profughi e alla comunità internazionale, pagando sulla propria pelle il peso della distruzione”.

“Serve una soluzione – conclude p. Paul – perché le necessità aumentano mentre gli aiuti sono diminuiti in maniera progressiva con il trascorrere del tempo. La popolazione si sta impoverendo, tanto che quasi il 40% è al di sotto della soglia di povertà e i danni a livello sociale e umanitario sono enormi”.

 

Fonte: AsiaNews

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