«Ricostruisco la città e le chiese per far rinascere la fede in Iraq»

Quando padre Georges Jahola ha fatto ritorno a Qaraqosh il 23 novembre 2016, dopo la sconfitta dell’Isis in Iraq, ha constatato con dolore che nei due anni di occupazione i terroristi islamici avevano ridotto la città a un cumulo di macerie. In particolare, la chiesa intitolata a due martiri locali del IV secolo, san Behnam e Sarah, pagani uccisi dopo essere stati battezzati, era stata incendiata e vandalizzata. Dopo un lavoro di restauro durato due anni e mezzo, del quale padre Jahola è responsabile, stasera la chiesa sarà riconsacrata dopo la costruzione del nuovo altare alla presenza dell’arcivescovo siriaco-cattolico di Mosul, Youhanna Putrus Moushi.

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«LA FEDE È ANCORA VIVA»

«È un evento simbolico e fondamentale per noi cristiani della Piana di Ninive», spiega padre Jahola a tempi.it. «Nonostante tutta la distruzione e gli affronti subiti, la riconsacrazione della chiesa è la dimostrazione che la fede è ancora viva. Le forze del male volevano distruggere non soltanto le pietre, ma la comunità intera dei cristiani. Oggi possiamo dire che non ci sono riusciti».

I cristiani della Piana di Ninive «si aggrappano» letteralmente alla ricostruzione della chiesa San Behnam e Sarah per «incoraggiarsi a rimanere in questa terra». Il 7 agosto 2014, quando l’Isis costrinse i cristiani della città ad abbandonare tutto e a scappare a Erbil, a Qaraqosh vivevano oltre 50 mila cristiani. Oggi ne sono tornati 26 mila, «circa la metà». Su 1,5 milioni di cristiani in Iraq nel 2003, oltre un milione ha abbandonato il paese.

LA RICOSTRUZIONE

Padre Jahola si occupa della ricostruzione di Qaraqosh, che costituisce circa il 60 per cento della Piana di Ninive. «Il 50 per cento del lavoro è stato fatto, tremila case sono tornate in piedi, ma dobbiamo ricostruirne altrettante. Purtroppo ora i lavori si sono fermati perché ci mancano i fondi: ci hanno aiutato solo organizzazioni cristiane e il governo dell’Ungheria», dichiara, sottolineando l’indifferenza del governo iracheno.

«Il governo non ci ha dato niente perché non si interessa dei cristiani. Dice sempre che siamo importanti per il paese, poi però non difende i nostri diritti», afferma il sacerdote. «Abbiamo ricevuto solo belle parole e promesse, ma ci servono i fatti: abbiamo bisogno di essere difesi dal punto di vista politico e sociale. Se poi Baghdad non costruisce le infrastrutture di cui abbiamo bisogno, come potranno i cristiani restare in Iraq?».

«SIAMO SOTTO MINACCIA DI STERMINIO»

Oggi Qaraqosh ha ripreso a vivere. I cristiani che hanno fatto ritorno sono impiegati chi nell’amministrazione statale, chi nel commercio e nell’agricoltura. Ma i precari sono tanti e molti giovani pensano a emigrare per assicurarsi un futuro. Fortunatamente la città è ben difesa dal ritorno dei terroristi da milizie cristiane, ma la popolazione locale non si sente ancora al sicuro.

Il rapporto con i musulmani, molti dei quali hanno sostenuto i jihadisti dello Stato islamico contro i cristiani, è ancora da ricostruire. Quella «cultura e ideologia strisciante che ha portato alla nascita dell’Isis» è ancora viva. Molti musulmani mettono in giro la voce che «”l’Isis tornerà e voi sarete cacciati di nuovo”», spiega padre Jahola. «Queste voci vengono messe in giro per terrorizzare i più deboli» e non sono del tutto prive di fondamento: «L’esistenza dei cristiani qui è ancora molto fragile, siamo sempre sotto minaccia di sterminio. Temiamo anche il rimpiazzo demografico: viviamo con angoscia ogni volta che il posto di un cristiano viene preso da un musulmano a qualunque livello».

«RICOSTRUIRE LA CITTÀ PER RICOSTRUIRE LA FEDE»

Oggi però è un giorno di festa per i cristiani iracheni. La riconsacrazione della chiesa di San Behnam e Sarah fa ben sperare: «Non sono solo pietre, è la fede del popolo che si rafforza e rinasce. Noi cristiani infatti continuiamo a testimoniare Cristo ai nostri fratelli e ai non cristiani».

Si tratta anche di una bella soddisfazione per padre Jahola: «Io ricostruisco perché ho fiducia in Dio che ci dà la forza di andare avanti anche materialmente», afferma. «La ricostruzione materiale forse non è essenziale, ma è necessaria alla sopravvivenza. Il lavoro è difficile e mi rendo conto che io mi sono dedicato al servizio pastorale spirituale e ricostruire una città non rientrerebbe in senso stretto nell’ambito della mia vocazione. Ma ogni volta che una casa torna in piedi, la gente guadagna speranza e allora mi dico che ricostruire Qaraqosh fa parte del mio compito di pastore e sacerdote. Ricostruendo la città e la chiesa, infatti, noi ricostruiamo la fede delle persone».

 

Fonte: Leone Grotti, Tempi.it

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