Se citiamo Cesare e Dio solo quando fa comodo

Lettera al direttore de “La Nuova Bussola Quotidiana” che volentieri ripubblichiamo

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Carissimo Direttore,

mi dispiace doverla disturbare, ma dopo quello che è stato detto la sera del 26 aprile dal premier in conferenza stampa, la mia coscienza di cristiano e di sacerdote non mi permette di tacere: che non si venga a dire che tutti i sacerdoti hanno taciuto di fronte a questi eventi.

La mattina successiva, ripensando alle parole del Presidente del Consiglio, ai commenti ascoltati di vari giornalisti e amici, mi è balzata alla mente una frase evangelica, che da poche parti mi pare di aver letto in questi mesi: «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». Una frase tra le più controverse del Nuovo Testamento, ma che su un punto vede concordare quasi tutti: su questo testo si fonda la separazione tra Chiesa e Stato.

Vorrei soffermarmi su un fatto molto strano: perché davanti a tutto quello che il governo italiano ha deciso su temi prettamente religiosi, qualcuno non si è rifatto a queste parole di Cristo? Si è tirato in ballo il Concordato, si è tirata in ballo la Costituzione, i rapporti Stato-Chiesa e chi più ne ha più ne metta, ma perché le stesse parole di Dio non vengono citate da nessuno? Possibile che siano più importanti gli accordi politici e diplomatici della parola di Dio?!

Riflettevo su questa straordinaria incongruenza quando mi è venuto in mente il generale dei gesuiti, Padre Sosa, che qualche anno fa se ne uscì fuori con la frase: «Non c’era il registratore ai tempi di Gesù», e allora tutto mi è stato chiaro.

Se non c’è modo di sapere cosa veramente è stato detto dal Cristo, non possiamo usare le Sue stesse parole perché potrebbero essere non vere, edulcorate, cambiate dai redattori, quindi meglio tacere e usare altri mezzi di persuasione. Ma come? Per decenni abbiamo sentito dire: «Basta con orpelli, basta con tutto quello che non è essenziale alla fede, torniamo al puro e semplice Vangelo, torniamo ad evangelizzare» e adesso (per modo di dire adesso: è da secoli che cercano di distruggere l’autorità del Vangelo) ci venite a dire che non possiamo neanche usarlo, perché rischieremmo di citare frasi spurie, contaminate dalla mano di altri autori? Robe da matti!

Le due cose non possono stare insieme. Ma piuttosto che cadere in queste vuote discussione, preferisco riaffermare la totale sacralità del Vangelo, insieme a quella degli “orpelli”, che orpelli non sono, della nostra Tradizione, che per secoli hanno illuminato il mondo.

Dobbiamo riaffermare con veemenza la libertà della Chiesa, perché abbiamo la certezza che «le porte degli inferi non prevarranno su di essa»!

Le parole che il papa Pio VII rivolse al generale Miollis quando quest’ultimo gli intimò di consegnare gli Stati pontifici a Napoleone devono essere fatte nostre: «Non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo». Se era penoso e assurdo che il pontefice rinunciasse alla libertà del suo stato, quanto più grave sarà rinunciare alla libertà della Chiesa nell’esercitare il culto al suo Dio?

Don Luca Bernardi

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